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DOMENICO CIAFFONE: La musica, il tempo e ciò che resta (IT)

1 oct
7 min de lectura

In Other Words


Domenico Ciaffone
Domenico Ciaffone


La musica cambia con il tempo. Cambia il modo di ascoltarla, di crearla e persino il posto che occupa nella nostra vita. Ci sono passioni che non hanno bisogno di diventare l’unico mestiere per accompagnarci, trasformarci e raccontare una parte di ciò che siamo.

È da questa prospettiva che incontriamo Domenico Ciaffone per una nuova conversazione di In Other Words: un dialogo sulla musica, certo, ma anche sul tempo, sulle esperienze che cambiano il modo di guardare le cose e su quella parte di noi che continua a cercare uno spazio per esprimersi.


IOW — Quando hai capito che la musica non sarebbe stata soltanto una passione, ma qualcosa che avrebbe fatto parte della tua vita professionale? Come sono stati i tuoi inizi?

DC — La musica è entrata nella mia vita quasi naturalmente. Prima attraverso l’ascolto, poi attraverso i DJ set, le serate, la scoperta dei suoni e infine attraverso la produzione.

I miei inizi sono stati fatti di curiosità e passione. Non avevo alle spalle una grande struttura, non avevo un percorso costruito a tavolino. C’era semplicemente una persona che amava profondamente la musica e voleva capire cosa ci fosse dietro quei suoni che riuscivano a emozionare così tante persone.

Poi sono arrivati i primi eventi importanti, gli incontri, le collaborazioni, le produzioni.

La musica, però, non è mai stata la mia attività principale. Ho sempre lavorato in azienda e ho avuto una vita professionale al di fuori della musica. Forse proprio questo ha reso il mio rapporto con essa ancora più autentico.

Non ho mai avuto bisogno della musica per vivere economicamente. Ho avuto bisogno della musica per vivere emotivamente.

Sono due cose molto diverse.

Non ho mai smesso di avere una vita parallela: di giorno il lavoro, la responsabilità, la quotidianità. Di notte, quando potevo, la musica.

E credo che proprio questa doppia dimensione abbia formato il Domenico Ciaffone che sono oggi.


IOW — La tua carriera si è sviluppata attraverso esperienze e momenti molto diversi. Guardando indietro, quali sono state le tappe che consideri davvero decisive nella tua evoluzione professionale?

DC — Non riesco a indicare una sola tappa.

La mia evoluzione è stata fatta di tanti piccoli momenti che, messi insieme, hanno costruito il percorso.

Ci sono state le prime serate, le prime volte davanti a un pubblico importante, gli incontri con persone che mi hanno insegnato qualcosa, le collaborazioni, la produzione musicale.

E poi ci sono stati anche i momenti difficili.

Perché una carriera non cresce soltanto quando tutto funziona. A volte cresci molto di più quando qualcosa si rompe.

Col tempo ho imparato che non bisogna avere fretta di diventare qualcosa. Bisogna avere la pazienza di diventare se stessi.

Oggi guardo al mio percorso con gratitudine perché non è stato lineare. Ci sono state salite, discese, momenti in cui sembrava tutto possibile e altri in cui sembrava tutto fermo.

Ma ogni fase mi ha lasciato qualcosa.


IOW — Come definiresti oggi la tua identità musicale? Cosa deve avere un brano, un sound o un progetto perché tu possa sentirlo davvero “tuo”?

DC — La mia identità musicale non è una parola.

Non penso: “Adesso devo fare house”, oppure “Adesso devo fare techno”.

Penso all’emozione che voglio creare.

Il genere è una categoria. L’emozione è qualcosa di molto più grande.

Quando produco cerco sempre un equilibrio tra energia e sentimento. Mi piace quando un brano riesce a funzionare sulla pista, ma allo stesso tempo lascia qualcosa dentro.

Per me un brano deve avere un’anima.

Puoi avere il suono perfetto, il mix perfetto, la produzione perfetta, ma se manca l’emozione, manca la cosa più importante.

Quando ascolto una mia produzione e riesco a riconoscermi, allora so di essere sulla strada giusta.


IOW — Hai vissuto da vicino la scena house e techno italiana e grandi eventi, come quello di Genova con oltre 20.000 persone. Com’è cambiata questa scena negli anni e cosa pensi sia rimasto dello spirito di quel periodo?

DC — Ho avuto la fortuna di vivere un periodo in cui la musica elettronica aveva un rapporto molto fisico con il pubblico.

Penso a grandi eventi come quello di Genova, con oltre 20.000 persone, e ancora oggi faccio fatica a descrivere quello che si provava.

Quando sei davanti a una folla così grande, capisci che la musica può diventare qualcosa di collettivo.

Non sei più soltanto tu che suoni e loro che ascoltano. Diventate una cosa sola.

Negli anni tutto è cambiato. La tecnologia ha trasformato il modo di produrre, di comunicare e di vivere un artista. Oggi un musicista può raggiungere il mondo intero attraverso uno schermo.

Ma c’è qualcosa che nessuna tecnologia può sostituire: la presenza fisica delle persone davanti a te.

Quella sensazione di condividere la stessa notte, lo stesso suono, la stessa energia.


IOW — Who is Domenico Ciaffone? Al di là del DJ, del produttore e del professionista della musica, chi è Domenico oggi?

DC — Questa è probabilmente la domanda più difficile.

Perché quando togli il DJ, il produttore, il palco, i dischi e tutto quello che gli altri vedono, rimane una persona.

Io sono semplicemente Domenico.

Un uomo che lavora, che ha responsabilità, che ha conosciuto momenti bellissimi e momenti molto duri. Una persona che ama ancora emozionarsi.

Oggi sono soprattutto una persona che ha imparato a dare valore alle cose vere.

Non mi interessa più apparire. Mi interessa lasciare qualcosa.

Una sensazione. Un ricordo. Un’emozione.

Ho sempre pensato che dietro ogni artista ci sia una persona. E io non voglio nascondere quella persona.


IOW — Nella tua vita hai dovuto affrontare anche un momento molto difficile legato alla malattia. Quanto ha cambiato il tuo modo di vedere la vita, il tempo, le persone e anche la musica? Esiste per te un “prima” e un “dopo”?

DC — Sì. C’è un prima e c’è un dopo.

Quando attraversi qualcosa che mette in discussione la tua vita, improvvisamente cambia la scala delle priorità.

Ci sono cose per cui prima perdevi tempo e che dopo non hanno più alcun peso.

E ce ne sono altre che prima consideravi normali e che improvvisamente diventano preziose.

Un giorno qualunque.

Una telefonata.

Una persona accanto.

Un abbraccio.

Una canzone.

Il tempo.

Soprattutto il tempo.

Ho capito che il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo e, allo stesso tempo, quella che tendiamo a sprecare di più.

La malattia mi ha insegnato a non rimandare continuamente la vita.

Anche la musica è cambiata.

Prima pensavo molto al risultato. Oggi penso molto di più a ciò che voglio trasmettere.

Quando creo, porto dentro anche quello che ho vissuto: le mie paure, le mie gioie, le mie perdite, i miei desideri.



IOW — Quando crei musica, da dove nasce normalmente il processo creativo? Parti da un’emozione, da un suono, da un’idea precisa oppure lasci che sia la musica stessa a indicarti la direzione?

DC — Molto spesso parto senza sapere dove voglio arrivare.

Può essere un suono, una linea di basso, una melodia, un ritmo.

A volte basta una piccola intuizione.

Poi comincio a costruire.

E a un certo punto accade qualcosa: il brano smette di essere un progetto e comincia ad avere una propria identità.

È come se la musica iniziasse a parlarti.

Io cerco di ascoltarla.

Perché la parte più bella della produzione è proprio questa: puoi iniziare pensando di voler raccontare una cosa e finire per raccontarne un’altra.

La musica tira fuori cose che magari non avevi nemmeno programmato di dire.


Domenico Ciaffone
Domenico Ciaffone

IOW — Nel tuo percorso troviamo anche la collaborazione con Alfredo Sulla. Come nasce il vostro rapporto artistico e cosa porta ciascuno di voi all’interno del progetto?

DC — La collaborazione con Alfredo nasce innanzitutto da un’intesa umana.

Per me è fondamentale.

Puoi avere davanti un musicista bravissimo, ma se non esiste sintonia umana, prima o poi quella collaborazione si ferma.

Quando lavori con un’altra persona devi essere disposto ad ascoltare. Non puoi pensare che la tua idea sia sempre quella giusta.

La cosa interessante è proprio vedere cosa succede quando due sensibilità si incontrano.

Ognuno porta la propria esperienza, il proprio modo di ascoltare e interpretare la musica.

E da quell’incontro può nascere qualcosa che nessuno dei due avrebbe creato nello stesso modo da solo.


IOW — Parliamo di Baila conmigo. Come nasce questo brano e cosa rappresenta per te? C’è una storia particolare dietro la sua creazione?

DC — Baila conmigo nasce dalla voglia di ritrovare un’emozione semplice.

Il movimento.

La leggerezza.

La sensualità.

Il desiderio di stare bene.

Dopo tante esperienze e dopo periodi in cui la vita mi ha costretto a fermarmi e riflettere, avevo voglia di fare qualcosa che parlasse anche di vita.

Baila conmigo è un invito.

Non soltanto a ballare.

È un invito a lasciarsi andare. A vivere il momento. A non pensare continuamente a ciò che è stato o a ciò che sarà.

Baila conmigo significa, in fondo, “vieni a vivere questo momento insieme a me”.

Viviamo in un mondo in cui siamo continuamente proiettati verso il futuro. La musica, invece, può riportarci al presente.


IOW — Dove si trova Domenico Ciaffone oggi, artisticamente e personalmente? Su cosa stai lavorando e c’è un progetto, una nuova produzione o una direzione futura che vorresti mettere particolarmente in evidenza?

DC — Oggi mi trovo in un momento molto particolare della mia vita.

Da una parte continuo il mio percorso professionale in azienda, che fa parte della mia vita da sempre. Dall’altra c’è la musica, che non ho mai abbandonato.

Il lavoro mi ha insegnato disciplina, responsabilità, organizzazione. La musica mi ha insegnato libertà, emozione e coraggio.

Oggi queste due parti convivono dentro di me.

Sto lavorando a nuovi progetti e nuove produzioni, ma soprattutto sto cercando di dare continuità a un percorso che non voglio costruire sulla fretta.

Non voglio produrre musica semplicemente per essere presente.

Voglio che ogni nuova produzione abbia qualcosa da dire.

Non so dove arriverà questo percorso. E per la prima volta nella mia vita non sento il bisogno di saperlo.

So soltanto che continuerò a fare musica finché avrò qualcosa da raccontare.


UNO SPAZIO CHE RESTA

La musica ha occupato spazi diversi nella vita di Domenico Ciaffone, senza seguire necessariamente una traiettoria lineare e senza diventare l’unica definizione possibile del suo percorso.

Eppure è rimasta.

È rimasta nei momenti di leggerezza e in quelli più difficili, nei grandi eventi e nelle ore dedicate alla produzione, nelle collaborazioni e in tutto ciò che ancora aspetta di prendere forma.

Oggi quello spazio continua ad essere aperto. Non come una destinazione già scritta, ma come un luogo in cui tornare ogni volta che c’è ancora qualcosa da raccontare.

Forse non è necessario sapere dove porterà il prossimo brano. A volte basta avere ancora qualcosa da dire e scegliere di non smettere di ascoltarlo.


IOW

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